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artese giovanni

In merito all’evoluzione della democrazia italiana dal 1978 ad oggi. Voglia di uomo solo al comando

Ho letto, sulla stampa locale, alcune interessanti considerazioni riguardanti i risultati delle politiche 2018 (tra cui l’articolo di Carlo Cardarella) e le trattative per la formazione del nuovo governo (es. l’articolo di Nicola Dario) ma personalmente vorrei soffermarmi

soprattutto sull’evoluzione, o involuzione per meglio dire, della democrazia italiana negli ultimi decenni. Anche perché circa le politiche 2018 ho avuto lo stesso atteggiamento di Peter Gomez che, in un articolo del 12.04.2018 su IlFattoQuotidiano, riassume così il suo pensiero: “Sarò qualunquista ma sto benissimo senza governo”, spiegando che non aveva avuto, e non ha tuttavia, alcuna aspettativa sulla realizzazione dei programmi annunciati in campagna elettorale dai diversi partiti.

Certo, i tempi cambiano ma il concetto di politica come servizio resta e restano per fortuna i principi della Costituzione Italiana. E allora quello che vedo, e mi preoccupa, è il personalismo che anima la nostra politica da troppo tempo, con le ambizioni di carriera, di controllo e di comando che inevitabilmente ne conseguono. Che poi, è vero, non è un fenomeno solo italiano (la globalizzazione c’è anche in questo). Se Berlusconi ha inventato il leader carismatico pigliatutto, capo del partito e del governo (o dell’opposizione), gli altri (persino quelli che lo combattevano) l’hanno poi facilmente seguito. Nel giro di pochi anni i segretari di partito hanno imparato a decidere linea, incarichi e candidature limitando il dibattito interno a pura ritualità e il confronto con i cittadini a comizi, convegni e rari momenti elettorali. Persino Antonio Di Pietro, antiberlusconiano per definizione e programma, fondando l’Italia dei Valori, in cui molti a San Salvo e Vasto avevano creduto, ha finito per gestirlo in maniera verticistica permettendo l’elezione in Parlamento o nei Consigli regionali e comunali di persone non sempre all’altezza. Alla fine ha pagato duramente lo scotto, con la sparizione dello stesso soggetto politico. Il PD fino a cinque anni fa era rimasto l’unico importante partito italiano privo di capo carismatico. Poi è arrivato Matteo Renzi, il rottamatore, che come prima cosa ha spento la dialettica interna e si è creato una splendida corte di fedelissimi. Così la musica è cambiata e per anni abbiamo subito il nome e il volto di Renzi in tutte le salse, fino a dover cambiare canale TV o sito web per non vederlo e non sentirlo. Anche da sconfitto, continua a decidere la linea paralizzando un partito ormai agonizzante in quanto in larga parte modellato a sua immagine. Infine sono arrivati i nuovi, Di Maio e Salvini, i giovani, i volti della fiducia, della speranza e del cambiamento dell’Italia (almeno per come si sono presentati o vengono percepiti). Sta di fatto che, dalle elezioni del 4 marzo, non si fa altro sulla stampa e sui media che parlare di loro, come se anche i parlamentari appena eletti non fossero che una schiera a disposizione dei capi. Sicuramente in questo ha pesato anche la legge elettorale, una pessima legge che ha portato in Parlamento innanzitutto i blindati di ciascun partito impedendo agli elettori persino la scelta sui candidati. Ma è che questa legge elettorale è figlia dello stesso clima politico, inducendo l’elettorato a reagire sì in maniera decisa alle manovre di Renzi e Berlusconi ma alla stregua del gatto che si morde la coda, cioè punendo i vecchi partiti e al contempo affidandosi a partiti e persone che non conosce, e a cui chiede, ora, di operare miracoli. Dunque, piuttosto che affrontare razionalmente le questioni il popolo persegue pericolose scorciatoie, aprendo la strada a ulteriori disillusioni e frustrazioni. La politica non è infatti la panacea di tutti i mali; e se contano le competenze e i comportamenti dei politici contano pure, e più, i valori e i comportamenti degli imprenditori, dei professionisti, dei lavoratori, degli studenti, dei cittadini insomma in relazione a ciò che attiene al bene delle comunità.

Pertanto la mia sensazione è che il successo di Lega e Cinquestelle sia dovuto non solo ad una volontà sana di rinnovamento e cambiamento ma insieme ad una delega sempre più vistosa ai politici, anzi ai leader carismatici, nella gestione della cosa pubblica. È come se l’Italia guardasse all’America di Trump, dove un uomo, un uomo solo rassicura ogni giorno più che governare, dettando la linea politica con Twitter e defenestrando i suoi collaboratori come fossero abiti logori da buttare via. Tanto che a questo punto non so se prendermela più con i politici o con il popolo che comunque li vota e li sostiene.

In questi giorni ricorre il quarantennale della prigionia e dell’assassinio di Aldo Moro, un uomo sì che aveva il “senso dello Stato” e del bene comune, sacrificato da una logica di guerra tra Stato e Brigate Rosse che ha inferto duri colpi alla democrazia italiana. Persino degli storici autorevoli hanno definito quegli anni “gli anni del terrorismo” dimenticando che i terroristi (di sinistra e di destra, di tutte le sigle) erano poche centinaia, al più uno o due migliaia, isolati dalle masse, e che il decennio 1968-1978 è stato semmai in assoluto il più ricco di democrazia per il nostro paese. Allora diritti costituzionali come quelli al lavoro, allo studio, alla casa, alla salute trovarono realizzazioni rapide e concrete e l’uguaglianza sociale divenne un obiettivo perseguito anziché ostacolato. Dal 1978 sarebbe iniziata l’involuzione democratica nel nostro Paese dapprima con la fine dei movimenti quindi della stessa opinione pubblica ossia di quegli strumenti di cui il popolo dispone per criticare, proporre e farsi ascoltare dalla classe politica. Così saremmo arrivati dritti a Tangentopoli e alla crisi della Prima Repubblica, dopodiché le elezioni del 1994 avrebbero aperto la strada allo svuotamento dei partiti e alla fortuna del leaderismo politico.

Che faranno ora Di Maio e Salvini? Vedremo, perché pur avendo entrambi l’interesse a governare in realtà sono divisi avendo bacini di consenso per nulla simili. Sicuramente vorrebbero innanzitutto sbarazzarsi di quanto di “vecchio” è sopravvissuto alle elezioni del marzo 2018. E dovranno farlo, al di là del ruolo che assumeranno (di governo o di opposizione), con la massima attenzione, perché il loro futuro politico dipende molto dalle scelte del momento. E solo dopo, se riusciranno a consolidare il consenso, potranno direttamente scontrarsi, in quanto portatori di culture diverse, di una formazione e un programma alternativi. Perché Di Maio viene dalla scuola populista del Movimento Cinque Stelle (che ha esaltato la democrazia,in particolare diretta, e il ruolo di ciascuno nell’agire politico) mentre Salvini dalla scuola della Lega padana di Bossi, ora diventata nazionale ma sempre impregnata di chiaro populismo di destra.

                         

                                                                                              Giovanni Artese