Editoriali

vassalatico

Propongo al senatore Castaldi una battaglia concreta

Caro Gianluca, ho letto il Tuo sfogo su facebook  sulle “raccomandazioni” o “segnalazioni” che dirsi voglia. Ed ho, subito,  pensato a Peppino Tagliente (che tu ben conosci, essendo vastese come Te). Tagliente, quando era presidente del Consiglio regionale pure si sfogò su questo.

Non lo fece su facebook (che allora manco c’era) e non so se lo fece pubblicamente. Ma ricordo bene che eravamo nella station wagon di Angiolino Chiacchia e lui ricevette per telefono una richiesta di segnalazione. Finita la telefonata, si girò verso di me (stava seduto avanti nella parte destra, mentre io ero dietro nella parte sinistra, con accanto Vincenzo Larcinese) e mi disse sfogandosi: “Sai Orà, passo la metà del mio tempo a parlare di ‘ste cazzate !”. Io non risposi, il discorso cadde ma riflettei su quelle parole ed ecco perché le ricordo ancora oggi a distanza di diciassette anni. Tagliente voleva dire: “Io sono il capo dell’assemblea legislativa regionale, dovrei pensare solo a fare le leggi, a far funzionare la struttura ed il personale ed a rappresentare la Regione istituzionalmente, mentre devo occuparmi di…’ste cazzate”.

Ma non mi è tornato in mente solo Tagliente, leggendo il tuo sfogo. Ho ripensato anche ad un fatto recentissimo, accaduto durante la campagna elettorale delle ultime regionali. Dopo un evento elettorale, mi fermai a parlare con un autorevole dirigente del Pd (peraltro di tradizione progressista, con genitori comunisti, per capirci), il quale diceva che oramai la “classe operaia” non avrebbe più votato a sinistra. La cosa mi colpì per davvero quella sera e cominciai a pensare alla mutazione genetica del Pd, al renzismo, al clintonismo, insomma mi interrogai molto sul perché un dirigente di sinistra pensa di poter fare a meno della classe operaia, non foss’altro per motivi elettorali. La mattina dopo, chiamai Arnaldo Mariotti, che pure tu conosci bene. Al telefono, premisi che non lo stavo disturbando né da appassionato di politica e men che meno da ex militante (io sono stato un consigliere della sua maggioranza, nelle prime due volte in cui lui fu sindaco della mia città). Gli chiarii subito: “Ti disturbo con l’approccio dello studioso di politica, che ti chiede la cortesia di aiutarlo a sciogliere un dilemma: come pensa il Pd di vincere queste ed altre elezioni (tra l’altro in quel momento la sinistra abruzzese era convinta che potesse vincere Legnini, nda) se un suo dirigente pensa che la “classe operaria non ci vota” ?

Mariotti mi rispose con un candore estremo (…l’uovo di Colombo, a cui io non avevo pensato): “Vedi Orazio – mi disse – la classe dirigente del Pd è oramai egemonizzata dai democristiani, i quali per forma mentis sono abituati a fare politica ed a cercare il consenso solo attraverso il clientelismo”.  Realizzai subito che aveva ragione e lo ringraziai per la sua pronta risposta, concordando totalmente con lui.

Ora facciamo una breve sintesi tra voi tre: tu sei di formazione “pentastellata” e ti sei sfogato, perché ti danno amarezza le “segnalazioni”; Tagliente è di formazione “missina” e si sfogò quasi vent’anni fa per quelle che lui chiamò “cazzate” e che in realtà erano le “raccomandazioni”; Mariotti è stato in grado di dirmi, perché il Pd non ha più un riferimento storico (che Gramsci avrebbe chiamato blocco sociale). Ovvero che il clientelismo politico si è impadronito di un partito di lunga tradizione.

Perché Castaldi, Tagliente e Mariotti (diversissimi per cultura, età e formazione) hanno in antipatia il clientelismo politico ? E non entro nel merito se abbiano fatto o stiano facendo operazioni clientelari:  adesso non è questo il punto!

C’è un punto che unifica i tre personaggi in questione: né il senatore Castaldi, né l’onorevole Mariotti e né il presidente Tagliente si sono formati nella Dc, che è stato il partito clientelare per antonomasia e che ha  “indotto” i competitor a fare altrettanto. Infatti con la Democrazia cristiana hanno iniziato a fare “le segnalazioni” i socialdemocratici, repubblicani e liberali (dai governi centristi in poi); dopo è stata la volta dei miei compagni socialisti (dal centrosinistra o, forse organicamente, dal pentapartito). Infine, si sono piegati anche i comunisti, che già nelle Regioni rosse praticavano un clientelismo alquanto diverso, perché  passava attraverso le cooperative.

Con la seconda repubblica iniziarono a praticare il clientelismo i “nuovi” di Forza Italia e “continuarlo” i “riciclati” del vecchio Psi e della Dc (questi ultimi confluiti nel Ccd, Udc e nella Margherita, poi Pd).

Ma se il clientelismo politico, come abbiamo visto, lo praticavano sostanzialmente (e lo avrebbero continuato a fare anche nella seconda repubblica) democristiani, centristi e socialisti, chi non lo praticava ? I radicali di Pannella, i missini di Almirante ed i comunisti (su questi ultimi, come detto, andrebbe fatto un discorso particolare). E’ comunque certo che i predetti non facevano clientelismo o non lo ergevano a motivo essenziale (quasi commerciale) della propria militanza. Infatti, nessun radicale, nessun missino e nessun comunista fu inquisito per voto di scambio, reato per il quale finirono sotto processo invece parlamentari socialisti e democristiani, anche di questa Provincia, addirittura per le cene, tanto che la Nenna D’ Antonio disse candidamente: “Eh ma se ci incriminano per queste cose, vuol dire che non possiamo nemmeno fare un piacere ad un amico…”.

Cosa sono i “piaceri”? Parto con il ricordo dell’ultima campagna elettorale della prima repubblica, a cui io partecipai attivamente, appoggiando l’ on. Manzolini che competeva all’interno della lista socialista con gli uscenti Susi e D’ Addario  (i primi due sottosegretari e l’ultimo presidente di Commissione). I “susiani” chiedevano voti vantando il potere del potente sottosegretario alle finanze, per ridimensionare il ruolo e la potenza politica di Amedeo D’ Addario. Un supporter di quest’ ultimo arrivò a dire al microfono, davanti a centinaia di persone: “A San Salvo si va dicendo che solo Susi è potente. Invece, vi posso dire che anche il nostro Amedeo ci ha fatto molti piaceri”. Quindi “i piaceri” della Nenna, di Susi o di D’ Addario sono stati strumenti di lotta politica interna o esterna ai partiti (della prima come della seconda repubblica).

Vediamo ora perché in Italia, e solo in Italia, segnatamente nel Mezzogiorno italiano la lotta politica viene prevalentemente basata sui “piaceri”, che generano il consenso per essere eletti, avere ruoli potenti con cui fare altri “piaceri” ed aumentare il consenso, in una sorta di circolo vizioso o porta girevole del potere clientelare.

Il clientelismo politico si origina “culturalmente, anzi antropologicamente” durante il Medioevo, allorquando per norma legale, prima che sociale, il potente ed il debole stabilivano un rapporto di lealtà reciproca, basato sulla vecchia legge di natura: il capobranco è il punto di riferimento e guida del gregario. Tale rapporto, conosciuto come vassallatico, prevedeva addirittura un rituale, durante il quale protettore e protetto, signore potente e suddito bisognoso di protezione, congiungevano le mani e si giuravano reciproca fedeltà. Ovviamente ciascuno dava quel che poteva, come rilevano i rapporti di comparatico (parentela fittizia, basata sul  padrinaggio), per cui si chiedeva al potente, che non poteva rifiutare per divieto sociale, di fare da padrino al battesimo o alla cresima o anche da testimone alle nozze. I deboli chiedevano il padrinaggio al potente, in tal modo certificando la subordinazione, ma anche garantendosi protezione e favori, anzi “piaceri”, se e quando servivano.

Sul piano storico, la subordinazione medievale dei ceti più deboli verso quelli più forti, cioè verso i nobili di spada o di toga, prima, e verso i baroni o i don o i galantuomini (proprietari terrieri arricchiti), dopo, avrebbe dovuto cessare con la Rivoluzione francese, che postulava l’uguaglianza di tutti gli uomini, diventati cittadini per legge. Purtroppo nel Sud Italia la Rivoluzione (culturale) francese non la facemmo mai, nemmeno quando il re di Napoli, Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, dichiarò finito il feudalesimo in Italia con le legge sulla eversione della feudalità del 1806.

Noi non solo noi non superammo il feudalismo, ma trasferimmo le abitudine secolari del vassallaggio anche nel successivo Stato unitario, come dimostrano il giolittismo e il trasformismo parlamentare con la nascita del notabilato politico nell’ultima parte dell’ottocento. Durante il regime, il fascisti non avevano bisogno di “fare piaceri in cambio di voti”, ma le abitudini protettive, del comparaggio e del patrinaggio, resistettero, anche convivendo con le politiche autoritarie e non democratiche dei gerarchi e dei podestà del tempo. Abitudini che travalicheranno la seconda guerra mondiale per essere ereditati dalla Dc, che – attenzione ! – non è il partito che si fonda sul clientelismo, ma che lo pratica per avere consenso adeguandosi alle richieste “culturali” dei tanti e più numerosi bisognosi, aumentati notevolmente col suffragio universale.

Che questo “scambio” si alimenti maggiormente dove c’è miseria o dove c’è più miseria è certificato dal fatto che lo abbia praticato a Napoli anche Achille Lauro, non democristiano, che riuscì ad ottenere consensi plebiscitari. Tuttavia ai democristiani questo “scambio voti – piaceri” riesce meglio per la loro formazione cattolica non protestante, una formazione che li abitua a fare elemosina e  quindi ad individuare meglio i più bisognosi ed ad aiutarli, sia pure con la creazione dell’ obbligazione morale, politica ed opportunistica del voto di scambio. Una volta dissi ad un mio vecchio amico di formazione democristiana, che ha basato e basa tutto il suo consenso sulle relazioni clientelari: “ma perché dobbiamo fare ‘sto cavolo di clientelismo ?”. Mi rispose: “Orà, ma la gente ha bisogno”. E lo disse con sincerità, con umana ed, oserei dire, cristiana comprensione, verso i più deboli, quasi che fosse un dovere civico e morale insieme. Come dire: “Se vedi un povero cristo è tuo dovere aiutarlo e non fregartene.

Certo, aiutare chi ha bisogno è giusto. Ma non lo è farlo, affinché ti sia obbligato a vita o per imporgli una riconoscenza, che può manifestare solo col voto (perché magari solo quello ha !). Invece, il voto dovrebbe essere libero e costituzionalmente garantito, ma soprattutto dovrebbe valutare l’andamento legislativo, normativo, economico e collettivo del Paese e non essere deviato dal bisogno personale. Infatti, nei Paesi più avanzati del nostro, dove culturalmente è passata la Rivoluzione francese o quella protestante, questa cattiva prassi del clientelismo e vassallatico politico non esiste.

E’ così diffusa questa prassi, che non raccomandano più solo i politici per avere i voti. Ma anche i sindacalisti, che “fanno entrare nelle fabbriche” i propri raccomandati, per la gioia degli imprenditori, che ovviamente fanno la parte dei valvassori, che creano dipendenza ed obbligo morale, in capo a chi dovrebbe controllare ed eventualmente scioperare: come faccio a lottare contro un “benefattore” che mi ha appena fatto un “piacere” ?

Ma, se come detto, liberali, prima, democristiani e satelliti, dopo, praticavano il clientelismo (anche perché avevano il potere), chi non lo praticava o lo avversava ? Tutti quelli che stavano all’ opposizione: radicali,  missini e comunisti nella prima repubblica. Nella seconda repubblica, invece, il clientelismo lo hanno fatto un po’ tutti, sia perché il livello ideologico della militanza si era notevolmente abbassato e sia perché missini e comunisti erano entrati nelle stanze dei bottoni: i primi con An ed i secondi coi Ds – Pd.

Il Movimento 5 Stelle è invece nato contro le pratiche sistemiche di degenerazione della vita pubblica ed è stato votato da molti giovani che invocavano il merito e, quindi, non potevano più tollerare il clientelismo, inteso come rapporto di voto di scambio. Per cui, seguendo l’antico rituale medievale della congiunzione delle mani, il potente (in veste di candidato) va a casa del potenziale vassallo (l’elettore, bisognoso) e stabilisce il moderno contratto di vassallatico: “Io ti aiuto e tu mi voti”. Ovviamente in barba alle leggi, perché se c’è da chiudere gli occhi nelle Commissioni dei concorsi lo si fa e se c’è da chiudere le orecchie negli orali lo si fa e se c’è da costruire un bando coi requisiti che solo tu hai si fa pure quello, violando la legge e demolendo il merito. Infatti, con questa prassi, finiscono per lavorare solo i raccomandati, asini o svogliati, in luogo dei capaci e meritevoli.

Se poi è un parlamentare a chiedere ad un imprenditore il posto per un suo “raccomandato” accade ciò che abbiamo già detto per i sindacalisti e gli imprenditori. I quali, anche in questo caso, fanno la parte dei  valvassori, che creano “dipendenza ed obbligo morale, in capo a chi dovrebbe controllarli ed eventualmente fare norme che non li agevolano: come faccio a legiferare contro un “benefattore” che mi ha appena fatto un “piacere” ?

Dunque, violazioni delle leggi e del merito. Ma anche degli equilibri finanziari, perché i bilanci pubblici vengono piegati per alimentare posti, posticini, strapuntini in consigli di amministrazione e prebende da  dare ai valvassini bisognosi o avidi in cambio del consenso.

Caro Gianluca,

ma se il Movimento 5 Stelle della prima ora è nato contro le pratiche sistemiche di degenerazione della vita pubblica ed è stato votato da molti giovani che invocavano il merito e, quindi, non potevano più tollerare il clientelismo, adesso che è al Governo viene visto come la Dc, il Psi, Forza Italia, il Pd insomma quei partiti di ogni tempo che hanno “accontentano o  cercato di accontentare” i loro elettori con lo scambio piaceri –voto.

Il 50% dei voti al Sud che Voi avete preso non significa che c’è stato un cambio culturale e che chi vi ha votato voleva contestare il clientelismo. Anzi, forse voleva contestare gli altri, che il clientelismo non lo facevano come prima, cioè non davano più i posti di lavoro, forse perché la crisi lo ha impedito. Se è cosi, va detto, che gran parte dell’elettorato, del vostro elettorato, ora viete a chiedere una “raccomandazione” da voi e Tu Ti amareggi per questo o perché non sei abituato a farlo oppure perché eri entrato in politica, proprio per avversare le pratiche del vassallaggio politico.

Quindi,  Tu adesso, da potente Segretario del Senato della Repubblica, hai  davanti a Te due strade:

  • Ti dimentichi di quello a cui hai creduto (cioè di essere stato contro il clientelismo antimeritocratico) ed apri il “negozio”, come del resto hanno fatto ex missini ed ex comunisti, quando sono arrivati al potere. La cosa è abbastanza facile: basta aprire una “segreteria”, metterci un giovanotto o una signorina intelligente, che Ti prende gli appuntamenti per i giorni in cui Tu torni a Vasto. All’ora stabilita, arrivano i questuanti e Ti chiedono un posto, un favore, un intervento, una premura. Tu alzi il telefono, chiami l’imprenditore e gli segnali il “ruffianello” oppure chiami il funzionario pubblico e gli dici la pratica che va a rilento. Certo, c’è il rischio che Ti incrimino per voto di scambio, ma deve essere un reato lieve: nessuno è andato in galera per questo. Poi si può sempre patteggiare ed altro giro… altra corsa;
  • Accetti la proposta, che sto per farti, che, invece, darebbe onore e prestigio al Tuo Movimento e soprattutto non Ti farebbe rinnegare i Tuoi principi e né Ti farebbe rimanere in mezzo al guado, come quelli che sì il clientelismo non lo fanno, ma non lo combattono neanche. Negli anni cinquanta, sessanta, settanta ed ottanta del secolo scorso missini, comunisti, radicali, estremisti vari e persone per bene hanno combattuto e votato contro il clientelismo. Credo che loro possano continuare a lottare o votare contro il clientelismo politico. E attenzione, se sono morti i padri, la bandiera di non piegarsi di fronte al potente di turno è passata ai figli. Non vorrei sbagliarmi, ma secondo me c’è stato è c’è in Italia un buon terzo di lettori, che non hanno fatto mai e né mai faranno i “ruffiani”.

Caro Gianluca,

se scegli questa seconda strada, fammelo sapere perché potremmo fare una battaglia insieme (anche se io sono di sinistra e Tu di 5 Stelle), basata su cinque azioni concrete:

  • Costituiamo subito il Comitato nazionale contro il clientelismo politico;
  • Incarichiamo degli studiosi che approfondiscano ciò che ho detto, circa questo fenomeno sociale tutto italiano (anzi meridionale) da un punto di vista storico, antropologico, sociologico e culturale, fornendo dati quantitativi per intervenire nelle diverse realtà sociali, che lo esprimono nei territori;
  • Chiediamo a chi ha il compito di divulgare nelle Scuole italiane la nuova disciplina di Cittadinanza e Costituzione di insegnare che legalità è anche votare liberalmente e, quindi, senza raccomandazione;
  • Proponiamo leggi e circolari che inaspriscano pene e sanzioni per chi pratica il voto di scambio, con aggravanti per i pubblici ufficiali;
  • Attiviamo una grossa “rivoluzione culturale” per il ripudio del clientelismo politico, attraverso la rete, giacché penso che non avremo molto spazio in una simile battaglia: il Sistema (istituzionale, culturale, economico, accademico, militare) non sarà molto entusiasta di creare uomini liberi, che poi possano insidiare privilegi consolidati.

Se i Tuoi colleghi Ti diranno: “Gianlù, lascia stare…al Sud prendiamo un sacco di voti…’sta battaglia non ci conviene, ma restiamo puri senza farlo noi il clientelismo” e se anche Tu, che sei un galantuomo (il Tuo sfogo lo dimostra), ascolterai le sirene del Sistema, allora significa che Aldo Moro aveva proprio ragione: “Questo Paese non si salverà !”.

Con amicizia e simpatia

Orazio Di Stefano

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